Registrazione di conversazioni tra privati

Ai sensi dell’art. 2712 c.c. “le riproduzioni fotografiche, informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime”.

Ancorché avvenuta all’insaputa dell’altro interlocutore, la registrazione di una conversazione tra privati può assumere rilevanza processuale e costituire fonte di prova, ex art. 2712 c.c., nei confronti di colui contro il quale la registrazione è prodotta, ove quest’ultimo non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta, ovvero che essa abbia avuto il tenore risultante dal nastro e sempre che almeno uno dei soggetti, tra i quali la conversazione si svolge, sia parte in causa (così Cass. Civ., Sez. 3, Ord. n. 5259/2017). Non sarà, tuttavia, sufficiente, svolgere una mera contestazione “di stile”.

Il disconoscimento della conformità delle registrazioni fonografiche “ai fatti ed alle cose rappresentate” dovrà infatti concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta, in maniera puntuale, analitica, chiara, circostanziata ed esplicita, e avvenire nel rispetto delle preclusioni processuali dettate dagli artt. 167 e 183 c.p.c. (così Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 17526/2016).

L’assenza di un efficace disconoscimento della registrazione ne “consente l’utilizzabilità ai fini della decisione” (così Cass. Civ. Sez. Lav., Sent, n. 18507 del 21/09/2016 e, conforme, Cass. Civ., Sez. III, Sent. n.1250/2018)[1].

Le tematiche che vengono in considerazione, quando ci troviamo ad affrontare registrazioni cc.dd. “occulte”, afferiscono principalmente il bilanciamento tra diritto di difesa, invocato da chi registra, e diritto alla riservatezza invocato da chi, a sua insaputa, viene registrato.

La possibilità di fare ricorso alle registrazioni effettuate all’insaputa dell’altro interlocutore, utilizzandole nell’ambito di un procedimento giudiziario, è infatti circoscritta alle ipotesi di assoluta necessità di tutelare o far valere un diritto e prevede che i dati raccolti siano trattati esclusivamente per finalità di difesa e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento (come previsto dall’art. 24, comma 1, lett. f), d.lgs. n. 196 del 2003).

La giurisprudenza ha infatti chiarito che “non è illecito registrare una conversazione perché chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui” (Cass. Pen., sez. III, Sent. n. 18908/2011).

In ambito lavoristico, fermo il principio per cui “il lavoratore che produca, in una controversia di lavoro intentata nei confronti del datore di lavoro, copia di atti aziendali che riguardino direttamente la sua posizione lavorativa, non viene meno ai suoi doveri di fedeltà, di cui all’art. 2105 c.c., tenuto conto che l’applicazione corretta della normativa processuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazione aziendale e che, in ogni caso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispetto alle eventuali esigenze di segretezza dell’azienda” (Cass. Civ., sez. Lav. Sent. n. 6420/02) la giurisprudenza, ai fini della valutazione della portata disciplinare della condotta, ha posto l’accento sulle “modalità di apprensione ed impossessamento dei documenti”.

Tali modalità, infatti, “potrebbero di per sé concretare ipotesi delittuose, o comunque integrare la giusta causa di licenziamento per violazione dell’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 c.c. e da una condotta improntata a buona fede e correttezza e tali da minare irreparabilmente il rapporto fiduciario” (Cass. Civ., Sent. n. 4305/2016).

Secondo alcune pronunce, “la registrazione di conversazioni tra presenti all’insaputa dei conversanti configura una grave violazione del diritto alla riservatezza, con conseguente legittimità del licenziamento intimato” (Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 26143/2013) al dipendente che abbia proceduto subdolamente a tale registrazione.

Altre e molto più recenti sentenze hanno invece ritenuto illegittimo il licenziamento disciplinare del dipendente che, all’insaputa dei colleghi, aveva effettuato delle registrazioni, anche video, delle conversazioni dagli stessi effettuate in orario di lavoro e sul posto di lavoro, ritenendo insussistente il presupposto delle condotte incriminatrici previste dal Codice Privacy (ex art. 167, comma 1, D.Lgs. 196/2003) in ragione “dell’imprescindibile necessità di bilanciare le contrapposte istanze della riservatezza, da una parte, e della tutela giurisdizionale del diritto dall’altra, e pertanto di contemperare la norma sul consenso al trattamento dei dati con le formalità previste dal codice di procedura civile per la tutela dei diritti in giudizio» (Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. n. 11322/2018).

In termini generali, la previsione del consenso del titolare dei dati personali subisce deroghe ed eccezioni quando si tratti di far valere in giudizio il diritto di difesa secondo, di volta in volta, la valutazione discrezionale del Giudice, delle circostanze del caso concreto.

Il discrimine tra i diversi orientamenti è dato, infatti, dalle specificità del caso concreto, le quali sole determinano le sorti (utilizzabilità o meno ai fini difensivi) della registrazione e le responsabilità (liceità o meno della condotta) del soggetto che l’abbia posta in essere, non essendo di per sé sufficiente, da parte del soggetto che intenda avvalersi di una registrazione effettuata all’insaputa dell’altro interlocutore (magari colleghi e/o dei superiori) la mera convinzione/affermazione della finalità esclusivamente rivolta all’esercizio di un suo presunto diritto difensivo.

E’ condivisibile l’opinione secondo cui, non verrebbe leso l’obbligo di fedeltà che grava sul prestatore di lavoro che faccia ricorso alla registrazione occulta, in relazione all’applicazione dei principi che reggono la normativa sulla privacy, solo in assenza di altre fonti di prova che possano comunque sostenere altrettanto efficacemente le tesi difensive del lavoratore, e solo qualora sia ravvisabile un’esigenza difensiva non ipotetica ed eventuale bensì attuale e concreta.

Tale opinione è ispirata al principio di proporzionalità, e impone di limitare il ricorso alle registrazioni occulte solo qualora non vi sia la disponibilità di altre fonti di prova o nel caso in cui queste, pur essendo astrattamente sussistenti, risultino insufficienti o inattuabili.

Ciò che rileva ai fini dell’esimente difensiva di cui all’art. 24 d.lgs. cit. in materia di Privacy, infatti, non è la concreta idoneità della registrazione a provare le tesi difensive del suo autore, né l’ammissibilità di tale documentazione, bensì “la sua oggettiva inerenza a tale specifica difesa, quindi alla finalità di addurre elementi atti nella specie a sostenere il rigetto delle domande contro di essa rivolte” (Cass. Civ., Sez. 1, Sent. n. 21612/13).

Quanto ai limiti “spaziali” che interessano le registrazioni “occulte”, la giurisprudenza (in questo caso, penale) si è recentemente pronunciata sull’utilizzabilità e sull’ammissibilità nel processo, ai fini della prova documentale, di registrazioni  realizzate in aree condominiali o di uso comune.

Ribadita l’inutilizzabilità delle registrazioni effettuate, in violazione della tutela domiciliare, negli spazi privati, con la sentenza n. 32544/2020 la Cassazione ha invece ritenuto lecite e ammissibili quelle realizzate in aree condominiali o di uso comune, sul presupposto che tali spazi non rientrino nella nozione di domicilio, trattandosi di aree per definizione aperte ad un numero indeterminato di soggetti, prive del carattere di esclusività data dalla facoltà del titolare del diritto di escludere quanti non condividano una analoga relazione con il medesimo bene (ad es. l’abitazione, un luogo di lavoro privato come un ufficio o uno studio professionale, una stanza d’albergo).

Risulta pertanto essenziale, per stabilire se prevalga l’applicazione delle norme poste a tutela della riservatezza e della sfera privata, stabilire, in primis, se si sia o meno superato tale confine, ossia se il luogo oggetto dell’altrui interferenza sia o meno funzionale all’espressione della propria intimità secondo quella relazione esclusiva tra il luogo stesso ed il soggetto, e secondariamente verificare se l’effettiva finalità difensiva ricercata e le concrete modalità di trattamento dei dati siano meritevoli di tutela giuridica.

Anche se al giorno d’oggi, anche grazie alla diffusione degli smartphone e non solo, può sembrare molto facile procurarsi audio e video registrazioni all’insaputa dell’altro interlocutore, è altamente sconsigliabile farne un uso disinvolto, date le possibili implicazioni civili e penali alle quali si può facilmente andare incontro.

Prima di decidere di registrare conversazioni all’insaputa di un vostro interlocutore, sarà sempre opportuno parlarne, preventivamente e prudenzialmente, con il vostro avvocato di fiducia.

Avv. Maria Cristina Bruni                                 Avv. Alessandro Mariani

 

[1] Anche per la giurisprudenza di merito “le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipanti al colloquio, o da una persona autorizzata ad assistervi, costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico” (Tribunale Pescara Sentenza, 23 settembre 2019).

2021-05-28T09:08:37+00:00Categories: Newsletter|Tags: |